Un po’ di cose sul governo (e non solo)

C’è una mia intervista su Il fatto di oggi. Dato che non la trovo online, la posto qui.

L’INTERVISTA

Metamorfosi da articolo 18: il governo tecnico sta diventando di destra, una sorta di mostro a due teste di nome “Berlusmonti”? Matteo Orfini è responsabile cultura e informazione del Pd e fa parte della segreteria di Pier Luigi Bersani. Ha meno di quarant’anni.

Il Pd dona sangue ai tecnici, il Pdl si tiene le mani libere e detta legge. Strana creatura il Berlusmonti.
Il problema è più complesso. Diciamo che questo governo si reggeva su due pilastri. Il primo era il grande senso di responsabilità di Monti, con l’obiettivo di unire più che di dividere. Il secondo era l’enorme senso di responsabilità di tutte le forze politiche per evitare di strumentalizzare i sacrifici davanti ai propri elettorati.
Lei parla al passato.
La cronaca di questi giorni preoccupa. Il buon senso del governo si è appannato.
Troppo di destra, appunto.
Diciamo che il trio Monti-Passera-Fornero si sta distinguendo per dichiarazioni molto liberiste, facendo appello a quelle ricette che ci hanno portato alla crisi. È un dato che riscontro però più nelle parole che negli atti, per il momento.
L’articolo 18 sarà letale per il governo? Nel Pdl c’è chi sogna la caduta di Monti dando la colpa al Pd sulla riforma del lavoro.
Alle provocazioni di Berlusconi, che ha commissariato Alfano nel Pdl, rispondiamo quotidianamente. Adesso stanno sfasciando la Rai. Piuttosto ci preoccupa quello che farà Monti. Spero che ritorni quello di una volta, quando ha detto che l’articolo 18 non si tocca.
Per il Pd non si tocca?
No, la nostra posizione è chiara. La proposta Ichino è stata archiviata per sempre. La linea, venuta fuori dal forum di lavoro di Fassina, è quella di contratti di apprendistato rafforzato a diritti crescenti. Ma al di là degli aspetti tecnici, c’è soprattutto un punto politico.
Quale?
Non è pensabile che una riforma del lavoro si faccia senza il consenso delle parti sociali. Altrimenti il governo rischia di trovarsi contro le piazze piene. Vede, il narcisismo delle continue dichiarazioni dei tecnici dimostra che questo esecutivo non ha un rapporto consapevole con il mondo del lavoro, mentre invece ce l’ha con altri poteri.
Sarà un febbraio decisivo.
Vediamo gli atti, più che le parole.
Sulla giustizia è risorta la vecchia maggioranza per punire i magistrati con l’emendamento Pini sulla responsabilità civile. Ci sono stati franchi tiratori anche nel Pd.
La logica punitiva è inaccettabile. La questione è seria ma dubito che questo Parlamento possa fare qualcosa per riformare la giustizia.
Eppure Luciano Violante parla da giorni di dialogo in merito.
Violante è un esponente importante del Pd, ma il responsabile giustizia è Andrea Orlando. Con il Pdl è impossibile mettersi d’accordo su questa materia. Per loro la giustizia sono solo le leggi ad personam per Berlusconi.
Chiusura netta.
Ripeto, con questo Pdl non c’è dialogo sulla giustizia. Senza dimenticare che anche per questa riforma vale il principio della concertazione. Bisogna farla con l’accordo dei magistrati.
Da Penati a Lusi, c’è una questione morale nel Pd?
No e poi sono due cose diverse. La vicenda di Lusi precede il Pd e lui è stato reo confesso. Un fatto gravissimo da approfondire per verificare se ci sono altre responsabilità. Penati invece si è dichiarato innocente.
Però il flusso di denaro verso i partiti non si ferma mai, anche in tempi di crisi.
Noi abbiamo già chiesto la Maastricht dei costi della politica, con l’allineamento alla media europea. E sottoscrivo pure la proposta di legge di Travaglio sui finanziamenti pubblici. Lui faccia lo stesso con quella di iniziativa popolare dei giovani democratici, fatta un anno fa con criteri uguali.
La foto di Vasto in che stato è?
Le alleanze politiche si forgiano nel fuoco di esperienze come queste, in cui si è chiamati a salvare l’Italia. Se una parte di questa alleanza, come l’Italia dei valori, decide di stare fuori e di attaccarci è spiacevole. Sarà molto difficile tornare insieme.

Fabrizio d’Esposito – 05 febbraio 2012 -

Europeismo e BCE

Ho scritto una cosa su L’Unità di oggi

Il vero europeismo è difendere il welfare
Tutto si può dire sul dibattito interno al Pd in merito alla crisi economica, ma non che sia una discussione irrilevante. In una situazione ordinaria sarebbe anzi una discussione di caratura congressuale, ma certo oggi non possiamo permetterci distrazioni dalla delicata missione di porre termine all’agonia berlusconiana e salvare il Paese. Dobbiamo però a noi stessi la serietà di discutere evitando le caricature strumentali: che senso ha bollare come europeista a intermittenza chi vede un errore drammatico nell’idea di considerare il contenuto della lettera della Bce come il nuovo faro del riformismo europeo? Dovremmo invece evitare i provincialismi, mettendoci all’altezza di un dibattito che sta attraversando i grandi partiti progressisti di tutta Europa e che ora, partendo dalla crisi, riflette laicamente sulle scelte politiche compiute nell’arco di un intero ventennio (anche dai governi di centrosinistra europei). Queste riflessioni le facciamo nell’Italia di oggi mentre, alla vigilia di un autunno difficile, cresce una rabbia che rischia di trovare il suo bersaglio nelle istituzioni democratiche. La matrice comune di proteste pur diversissime tra loro è la percezione di una grande ingiustizia sociale. Non solo in Italia, ma in ogni angolo del mondo, è questa la miccia che fa esplodere la protesta. Diseguaglianze odiose che in questo ventennio sono aumentate a dismisura per la scelta della politica di autoescludersi dal governo dei grandi processi, per lasciarne la guida al mercato, con la sua falsa promessa di ricchezza diffusa e automatica redistribuzione. È da questo vicolo cieco che dobbiamo tirarci fuori prima che sia troppo tardi. Non c’è niente di male se la Bce manda una lettera per scuotere un governo inadeguato, è però altrettanto legittimo rispondere che se fossimo noi al governo ne assumeremmo i vincoli, ma cambieremmo le ricette. Perché la strada indicata da Draghi e Trichet è la causa della malattia, non la cura. Se la Bce fosse intervenuta con un anno di anticipo sulla Grecia, invece di rimanere imprigionata in una visione ideologica, molti dei problemi attuali sarebbero stati assai più lievi. È di quei modelli, ormai clamorosamente smentiti dalla dura realtà della crisi mondiale, che i riformisti si devono liberare per guardare al futuro. È semmai autentico europeismo la difesa del modello sociale europeo, vera carta d’identità del continente. In quel patrimonio di conquiste e in quell’idea di compromesso solidale sta anche il punto più alto dell’incontro tra le grandi culture del novecento che hanno dato vita al Pd. Certo, occorrono riforme e sacrifici, e nessuno vuole sfuggire a una discussione seria. Ma non saranno i tagli alla spesa sociale, i licenziamenti facili e una rimodulazione del welfare all’interno dello stesso impoverito nucleo famigliare la medicina a quel drammatico senso di ingiustizia che rischia di infiammare le nostre città. Ma davvero qualcuno nel Pd vuole sostenere che dobbiamo ridurre lo stipendio agli statali invece che riequilibrare la pressione fiscale, facendo finalmente pagare chi non lo ha mai fatto? O vogliamo sostenere che la soluzione a questa crisi è nell’ulteriore compressione dei diritti? Non c’è davvero nulla di riformista nella teorizzazione del modello Marchionne. Anzi, di fronte allo spettacolo desolante di questi giorni, verrebbe da chiedere se a qualche mese di distanza i tanti che ne avevano raccolto entusiasticamente la sfida, anche nel Pd, siano ancora di quell’opinione.
Per ridurre le diseguaglianze, riattivare la mobilità sociale, tornare a crescere, c’è bisogno di un’Europa che non sia solo una moneta: non c’è soluzione all’interno dei confini nazionali; e un’Europa paralizzata dalle vestali del liberismo può solo aggravare la crisi. Serve una politica che torni a fare il proprio mestiere, prima di tutto recuperando autonomia di pensiero. E portandoci finalmente fuori da questo triste crepuscolo conservatore.

Nel caos

Vi racconto un paio di giorni di ordinario disastro su questa delicatissima manovra, così si capisce meglio cosa intendiamo quando diciamo che il governo non esiste più.
Come sapete l’opposizione ha accolto l’invito del Capo dello Stato a ha accettato di consentirte l’approvazione in tempi rapidissimi di una manovra che non è affatto condivisibile.
Una scelta difficile, ma doverosa di fronte all’attacco speculativo al nostro paese e alla drammatica situazione dei conti. Nella dialettica parlamentare, consentire la rapida approvazione significa rinunciare alla gran parte degli emendamenti presentati. Insieme al gruppo al Senato abbiamo dunque dovuto selezionare un solo emendamente dei tanti che riguardavano la cultura. Abbiamo scelto quello su Cinecittà, ritenendo proritario metterla in sicurezza dal rischio della svendita e della speculazione immobiliare.
Galan ieri ha dichiarato che condivideva le nostre preoccupazioni e che avrebbe sottoscritto quell’emendamento.
Tutto bene dunque? No, perché nel maxi emendamento presentato oggi dal governo, non c’è traccia della norma salva Cinecittà.
Stessa sorte è toccata a un’altra norma che avevamo costruito con Lolli e Legnini e di cui avevamo discusso a L’Aquila, che serviva a destinare ai beni e alle attività culturali aquilane l’addizionale del prelievo Arcus. Anche su questa avevamo avuto rassicurazioni dal ministro. Ma nella manovra non c’è.
Si tratta di due norme condivise, ricevibilissime dal Tesoro, che avrebbero risolto problemi seri. Ma quando un governo non è nemmeno in grado di mantenere gli impegni pubblicamente presi dieci ore prima da un suo ministro, è evidente che c’è poco da discutere: prima si volta pagina, meglio è per tutti.

Manovra economica e cultura

Di questi tempi se ne sentono di tutti i colori. Per dire, il ministro Galan si è spesso autoelogiato perché, a sentir lui, nella manovra economica appena varata non sarebbero previsti ulteriori tagli alla cultura.
Ovviamente non è così, e non è nemmeno questa la cosa peggiore che c’è nascosta tra le norme: da Cinecittà al paesaggio, ce n’è davvero per tutti.
Per gli amanti del genere abbiamo preparato una nota tecnica che spiega nel dettaglio cosa c’è che non va.

In bocca al lupo

Sono abbastanza vecchio da aver fatto in tempo da giovane a diffondere L’Unità (e anche a passare per Frattocchie, ma questa la racconto un’altra volta).
L’Unità è per chi viene dalla mia storia “il” giornale, quello che compri anche se già lo compra qualcun altro a casa tua, quello che metti in bella vista sottobraccio per fargli pubblicità. Per me è stato sempre così, anche quando con quel giornale litigavo furiosamente, come nell’era Colombo. All’Unità lavorano giornalisti bravissimi che hanno saputo fare negli anni tantissimi sacrifici per salvare il loro giornale.
Ieri Concita De Gregorio ha firmato il suo ultimo numero. La sua Unità era fantasiosa, aperta, mai banale.
Oggi il giornale è per la prima volta firmato da Claudio Sardo che comincia con un bellissimo editoriale sul senso della parola unità. Una nuova avventura comincia e bisogna accompagnarla con entusiasmo e speranza.
Quando L’Unità la diffondevo, i compagni più anziani mi spiegavano che nei giorni più importanti bisognava comprarne due copie e regalarne una. Siccome ai riti sono affezionato, ieri l’ho fatto  per salutare il vecchio direttore. E lo farò oggi per dare l’in bocca al lupo al nuovo.

Cose a cui teniamo (molto)

Ieri sera abbiamo inaugurato a L’Aquila la nostra seconda festa nazionale della cultura.
C’era una marea di gente, c’era la politica, poi la Bandabardò (in un magnifico anfiteatro naturale), gli arrosticini e tante altre cose. Dopo la festa dell’anno scorso abbiamo continuato a lavorare con gli aquilani, portando avanti progetti culturali e politici, ma soprattutto provando a dare una piccola mano per restituire una casa al Pd e ieri finalmente abbiamo festeggiato anche l’ingresso nella nuova sede. La festa dura fino a Domenica, se vi capita un salto io ce lo farei: in fondo è appena a un’oretta di macchina da Roma.

Nelle stesse ore abbiamo lanciato un altro progetto che ci sta a cuore. L’anno scorso nelle mille iniziative fatte in giro sulla cultura molti ci chiedevano di dare un’anima agli spettacoli delle nostre feste, di offrire spazi alla scena indie, di sostenere la creatività e i talenti. Ci abbiamo provato ed è nato Città Sonore, ovvero un festival che dura tre mesi e che sfrutta la rete delle nostre feste per far girare in tutta Italia buona musica (rigorosamente a ingresso libero): intanto partiamo con la prima quindicina di date, poi verrà il resto.
Insomma, direi che tutto sommato abbiamo mantenuto gli impegni.
E questa volta ne siamo persino un po’ orgogliosi.

Il referendum che non c’è (spero)

Leggo su Repubblica che alcuni parlamentari del Pd starebbero per presentare un secondo referendum sulla legge elettorale con l’obiettivo di resuscitare il Mattarellum. Trovo l’iniziativa assai discutibile nel metodo e nel merito: nel metodo perché il nostro partito ha una posizione condivisa sulla legge elettorale, ampiamente discussa e che non è il ritorno al Mattarellum. Non c’è niente di male di fronte a referendum che nascono dalla società civile a decidere di sostenerli o no, esattamente come è successo con quelli su cui abbiamo appena votato. Cosa ben diversa è che esponenti del Pd ne promuovano uno che produrrebbe un esito differente dalla proposta che hanno condiviso e che lo facciano senza che se ne sia discusso in una sede di partito.
C’è poi il merito della questione: proprio una persona seria come Stefano Ceccanti, tra i promotori del secondo referendum, ci ha spiegato in passato che un quesito di questo tipo è anticostituzionale e non ha speranza di essere accolto. E poi è davvero curioso che i cultori della vocazione maggioritaria oggi spingano per una legge che impedirebbe al Pd di presentarsi con il proprio simbolo nei collegi. Ma perché allora si presenta un referendum così strampalato? Onestamente non so rispondere, mi viene da pensare che lo si faccia solo per danneggiare il percorso del primo. Fosse così sarebbe autolesionismo puro, e davvero non credo abbia senso boicottare un referendum che ha il merito, tra le altre cose, di abolire le liste bloccate.